Questo è l’articolo scritto su Nova24 il 20 settembre 2017 da Dianora Bardi

La tecnologia da sola non fa scuola: questo lo avevo già scritto in un articolo apparso nel gennaio 2014 e ripreso agli esami di maturità dello stesso anno. Un’affermazione che metteva in luce i pericoli che l’introduzione delle tecnologie nella scuola, senza un serio rinnovamento e cambiamento della didattica, può comportare. Non stupisce, dunque, leggere i risultati del rapporto dell’Ocse sull’impatto del digitale in aula: distrazione, scarso rendimento, isolamento, fuga nell’immateriale e soprattutto un impatto irrilevante sulle performance scolastiche.

Entrare in classe avendo studenti con device mobili collegati a internet, porsi dietro a una cattedra, continuare a fare lezioni frontali trasmettendo il sapere, lasciando i ragazzi ad ascoltare in maniera passiva, pensare che le tecnologie possano servire solo per prendere appunti, leggere un ebook, scambiarsi dei documenti magari utilizzando le semplici mail non può rivelarsi una strategia vincente. Lo sappiamo ormai da tempo.

Quello che è necessario è invece una trasformazione radicale dell’organizzazione della scuola. I docenti, ancor prima degli studenti, devono imparare a collaborare, ad aprirsi a nuove frontiere, devono essere disposti a condividere e umilmente ad aiutarsi nell’affrontare un percorso a loro del tutto sconosciuto, ma devono inevitabilmente perseguire per potersi confrontare con i ragazzi, per renderli nuovi cittadini consapevoli in una società digitalizzata, per prepararli a un mondo del lavoro che richiede nuove competenze.

Quello che la stessa Ocse evidenzia è che non è ancora emerso un modello efficace e valido per la scuola a livello globale. Questo implica sperimentazioni, metodologie didattiche innovative, aggiornamento, formazione. Ma soprattutto bisogna porsi ad ascoltare i nostri ragazzi, guardare la scuola con i loro occhi, renderli protagonisti, lasciarli liberi di scegliere le modalità con cui apprendere, con cui studiare, in una nuova interazione con il docente.

La tecnologia isola, ma se ben usata può aprire nuove modalità di dialogo tra adulti e giovani. I nostri ragazzi ci insegneranno ad acquisire gradatamente le competenze digitali, noi li accompagneremo, seduti accanto a loro, lavorando e ricercando con loro, a divenire autonomi, flessibili, creativi, disponibili al dialogo, all’accettazione dell’altro e a sviluppare senso critico.

Noi docenti, accanto a loro, dovremmo ricercare come poter rendere la scuola per loro utile, piacevole, entusiasmante, come effettivamente farli diventare protagonisti del loro percorso di apprendimento.

Dunque apriamo le porte dei consigli di classe quando progettiamo e facciamo intervenire gli studenti, ascoltiamo le loro proposte, strutturiamo laboratori in cui lavorare per acquisire competenze e non solo conoscenze, scomponiamo, per alcuni periodi dell’anno scolastico, i gruppi classe e verticalmente lasciamo liberi i ragazzi di frequentare le attività che preferiscono, in ambienti liberi da arredi: questo è il modello della classe e della scuola scomposta, un modello didattico messo a punto da ImparaDigitale (associazione di cui l’autrice è fondatrice e vicepresidente, ndr).

È un modello basato sulla convinzione che la semplice attenzione alla tecnologia debba ormai essere superata. Bisogna guardare oltre, a una scuola radicalmente nuova, in cui tornare a leggere libri, molti libri – di carta? Perché no -, in cui rivalutare la tradizione classica che ci appartiene e che dobbiamo far rivivere come se fosse presente.

Non è più sufficiente focalizzarsi solo sulla tecnologia: la nostra vita quotidiana ne è invasa, non possiamo farne a meno. Dobbiamo invece sempre più rendere coscienti i nostri studenti di come utilizzarla al meglio, consapevolmente e criticamente: ci può aiutare moltissimo nel costruire un modello di scuola nuova, che permetta ai ragazzi di affrontare il mondo che li aspetta.